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Pensieri fissi e intrusivi. Che fare? Un caso di DOC

Ho un pensiero fisso.

Maria, un caso di DOC Disturbo Ossessivo Compulsivo

Sono una casalinga di 55 anni, sposata con due figlie. La mia vita forse potrebbe essere, non dico soddisfacente, ma almeno passabile, se non ci fosse un problema che mi porto ormai avanti da diversi anni. Pur non avendo mai avuta nessuna prova certa, nella mia mente continuano a venire dei pensieri frequenti di tradimento da parte di mio marito. Per cercare di calmare la tensione provocata da questi pensieri, che spesso non se ne vogliono andare, mi ritrovo a lavarmi le mani tra le 30 e le 40 volte al giorno (ogni volta per almeno una decina di minuti). A volte tutto questo non basta per calmarmi e mi ritrovo a ripulire tutta la casa per 3-4 volte al giorno, senza nessuna reale necessità. Più di una volta ho cercato di combattere, in vari modi, questi meccanismi che ho appena descritto, ma non ci sono riuscita perché sono più forti di me. Non mi resta ormai che rassegnarmi.”

Il caso di Maria che mi ha contattato a Milano presso il mio studio, è un caso tipico: si è presentata con tutto il corteo classico del DOC e con le stigmate personologiche e relazionali (relative alla sua famiglia di origine) caratteritiche di questa condizione così invadente e invalidante la vita di una persona.

Svolta la fase preliminare di conoscenza della sua famiglia e completata la fase di diagnosi del DOC con l’intervista clinica e i test psicodiagnostici appositi, ho proposto a Maria una presa in carico della sua persona e della sua malattia e di avviare un percorso di cura che prevedesse un aproccio integrato di tipo psico-farmacologico. Maria, persona ormai matura e molto provata dalla sua malattia, accettò dopo aver voluto da me rassicurazioni sulla natura e uso dei farmaci che le avevo proposto di usare con lei.

La cura a base di fluvoxamina e di incontri di psicoterapia ad una seduta la settimana portò, già all’inizio del secondo mese, i primi risultati: Maria si sentiva più tranquilla, meno in allerta grazie all’azione ansiolitica del farmaco e in ultima analisi dichiarava di sentirsi più distaccata dai suoi pensieri ossessivi che, anche se non erano scomparsi, le permettevano di dedicarsi ad altro. Grazie alla psicoterapia, nel tempo, era riuscita ad aprirsi al proprio mondo interiore scoprendo che la sua paura ossessiva nasceva dalla propria insicurezza di base e di donna che per anni si era limitata a vivere all’ombra di un marito che, ignaro di tutto, le ricordava la figura ingombrante di suo padre. Con il susseguirsi del percorso nel giro di un anno di terapia Maria ha ristabilito con il marito una forma di dialogo “alla pari” che non era mai riuscita ad avviare e che le ha consentito di “mollare” definitivamente le sicurezze rappresentate dalle sue ossessioni e compulsioni, sintomi della sua vecchia condizione di malata.

Il materiale qui presentato è ispirato a fatti e personaggi legati all’attività clinica dell’autore che ne ha modificato i dettagli e ogni elemento che permettesse un riconoscimento a tutela e protezione della privacy dei pazienti. In ogni caso quanto riportato, per specificità della casistica esaminata e la non generalizzabilità delle indicazioni, non può in alcun modo considerarsi sostitutivo di una valutazione medica personale.

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